L’Italia nel pallone

Con poco stupore ieri sera, girando buona parte dei quartieri di Roma sud in macchina per cercare un maxischermo all’aperto, mi sono accorta di quanti fossero appiccicati al divano, complice anche l’afa delle notti romane, con la pancia già piena di un trancio di pizza e qualche sorsata di birra ghiacciata. Qualcuno avrà preferito la scomodità delle care vecchie sedie di plastica bianca, quelle tipiche che si vedono ancora, per fortuna, in qualche piazzola da campeggio o sul balcone di uno dei tanti mostri di cemento a 10 piani. Seduti in “pizzo”, come si dice qui, pronti a scattare in piedi alla prima azione da gol. La tv è accesa. Sono 23 milioni gli occhi puntati allo schermo. Non esiste palinsesto televisivo. C’è la semifinale Germania – Italia degli Europei di calcio, una sfida a cui molti hanno voluto dare più significati di quelli che ne aveva. Pare che gli azzurri siano imbattuti contro gli alemanni, nelle competizioni ufficiali, dal lontano 1970.

Per una sera tutti si sentono fieri di essere italiani, cantano l’inno, si dipingono la faccia e sventolano il tricolore. Per una sera, lì sul rettangolo verde di Varsavia, dopo i due gol del chiacchierato Balotelli, ci siamo sentiti sul tetto d’Europa. Da giocare c’è ancora la finale a Kiev, domenica prossima, con i cugini di sventure politiche e di quel latin style che preoccupa l’Ue. Al fischio del 4’ minuto di recupero, a Piazza del Popolo sono partiti sonori strombazzamenti, cori, fumogeni colorati e tuffi nelle fontane storiche.

A Bruxelles, invece, la trattativa per lo scudo anti-spread e la ricapitalizzazione delle banche sarebbe andata avanti fino alle 5 del mattino. Tanti chilometri di distanza ma lo stesso risultato: l’asse italo-franco-spagnolo (Monti, Hollande, Rajoy) pone il veto qualora, al piano di crescita previsto per l’Unione, non fosse aggiunto un fondo salva Stati contro le speculazione finanziarie. La Merkel accusa il colpo, un po’ come i suoi teutonici giocatori che si ritrovano l’amaro in bocca per una partita dove erano dati per favoriti.

Non è certo tempo per goliardie premature. Sull’Italia resta la massima attenzione della troika Ue-Bce-Fmi, l’arbitro dei bilanci nazionali e pulce nell’orecchio dei mercati economici. Berlino resta in silenzio, nelle piazze e nei palazzi del potere. A noi lasciano il tumultuoso spirito ottimistico con cui continuiamo a riempirci il bicchiere mezzo vuoto. Ci basta poco, una rete che si gonfia, una fette di cocomero e una suonata di clacson in giro per le strade, tornando a casa.

Il carovita, le bollette di luce e gas che aumenteranno, i titoli di stato all’asta, gli esodati e i disoccupati, le aziende che spostano le produzioni all’estero, il sali e scendi dello spread, la riforma sul lavoro, lo spettro delle elezioni anticipate, il braccio di ferro tra sindacati e governo, le accise sui carburanti alle stelle, i rincari dell’iva, i supermercati vuoti e le file ai discount.
Ecco cosa resterà dell’abbuffata calcistica. Ma, come ogni buona dieta che si rispetti, si comincia da lunedì a pensarci.

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